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Ferro e fuoco che si fanno arte.
La nostra intervista a Mauro De Biasio 

Dentro l'animo rude del fabbro, Mauro De Biasio cela il respiro delicato del poeta. Nella sua vita ha battuto il ferro (letteralmente) per 60 anni (fino alla pensione, una quindicina di anni fa), ma senza mai perdere la voglia di guardarsi intorno e di capire il mondo che continuava a girare al di fuori della sua fucina di Sottoguda. E forse è per questo che quelle che forgiava sono vere e proprie opere d'arte; e che ha deciso di racchiudere in un bel libro i contorni della sua vita. Che non si sono fermati, si badi bene, a Sottoguda, ai piedi della Marmolada, ma hanno valicato l'oceano e scoperto, senza conoscerne l'idioma, ma utilizzando il linguaggio universale dell'arte, anche l'altro mondo, la metropoli per antonomasia, New York.

Ma perché scrivere ora un libro?

“Dopo che nel 2003 sono andato in pensione – ci dice – ho venduto tutto: la ditta Ferri Battuti, che aveva costituito mio padre Alfredo (classe 1902) con i fratelli più giovani Carlo e Giuseppe e che io ho proseguito, portandola fino ad avere 9 dipendenti; i ferri del mio mestiere, ed anche tutte le mie opere. Oggi non ho più nulla, ho cambiato dimensione e vita, mi sono trasferito a vivere da Sottoguda a Peron, frazione di Sedico, ma la memoria quella è viva e così ho deciso di metterla nero su bianco in un libro.”

146 pagine, pubblicato in proprio ed in pochissime copie, ricco di immagini, il volume di grande formato (cm 21 x 29,7) colpisce per l'estrema semplicità del linguaggio ed al tempo stesso per la profondità dei temi che tratta e che, lo si capisce bene, sono stati al centro di lunghe riflessioni da parte dell'autore. Anche il ferro, insomma, ha un'anima.

“La mia formazione e l'apprendistato – riprende – sono avvenuti nella bottega di mio padre Alfredo, avviata negli anni venti del secolo scorso e che fabbricava e riparava gli attrezzi dei contadini, e poi faceva piatti cesellati, traforati e sbalzati, alari, cestini portafrutta, posacenere ed altro. Mio padre aveva visto che ero portato per questo lavoro. Di me diceva alla mamma, raccomandandosi che però lei non me lo riferisse mai: 'Afferra e tiene saldo il ferro come voglio io, come piace a me'.”

Così ha ricevuto quasi un'investitura?

“Quando ero piccolo me ne stavo per ore seduto su uno sgabello a guardare mio padre che lavorava. Desideravo tanto avere le mani abili come le sue. Aveva odore di tabacco e di carbone il mio vecchio. Schegge scintillanti sprizzavano energia ad ogni colpo ed il ferro rovente si piegava docile ed a volte capriccioso. Mio padre mi ha dato un martello in mano e mi ha insegnato a modellare il collo delle cicogne. Lui era veramente un artista mancato con doti letterarie, ma con un'infanzia difficile e povera che gli ha impedito di far emergere il suo ingegno.”

Una vena artistica che lei ha ripreso.

“Sì, dal 1968 ho iniziato a creare sculture forgiate ed oggi tante mie opere si trovano in collezioni private, in Italia ed all'estero. Il tutto frutto della fantasia e dell'ingegno che ho sviluppato senza basi scolastiche, perché ho fatto solo la terza media, con poco impegno a dire il vero, e come punto di partenza ho avuto direttamente la fucina di mio padre. Poi ho avuto la fortuna di conoscere artisti eccellenti come Toni Benetton, di visitare officine importanti nella ex Jugoslavia ed in Germania, di fare qualche mostra, di leggere tanto, soprattutto poesia.”

E poi l'America: quando e dove?

“Mio fratello Giordano, professore universitario, mi mise in contatto con l'Associazione dei fabbri americani. Avevo 27 anni quando partii per gli Usa e sbarcai all'aeroporto La Guardia di New York. Sentivo che quella terra aveva il sapore della libertà, che potevo osare. Non sapevo una parola di inglese, ma ad aspettarmi trovai un amico di origine italiana, Bill Gasparrini, che mi accolse come un figlio. Fra le varie esperienze, ebbi la fortuna di assistere al Madison Square Garden all'incontro di box tra Joe Frazier e Cassius Clay, un evento che è rimasto nella storia e nella mia mente. Soprattutto vedere danzare Clay sul ring.”

Ed ora?

“La vita è fatta di giorni che non significano niente e di momenti che significano tutto. Ho pubblicato questo libro, ed ora sto per stampare anche la versione in inglese da inviare ai miei amici americani.”

Stefano Vietina - twitter@vietinas

Nota biografica

Mauro De Biasio (classe 1945) è l'ultimo di tre fratelli: Renato 1929, anche lui fabbro, prima di fare vari mestieri, e Giordano (1939), laureato in letteratura americana e docente universitario. Sposato con Mira De Bernardin, alla quale i libro è dedicato, è padre di due figli Raffaella (1980) e Francesco (1985). Nel suo libro. Mauro ricorda il nonno Davide, “uomo piccolo, sempre con il cappello in testa, che gestiva l'unico negozio del paese ed ebbe ben otto figli.” Riporta inoltre un articolo del 1925 in cui un giornalista, giunto all'albergo Malga Ciapela alla fine dei Serrai, nota alcuni oggetti di ferro battuto di notevole bellezza e ne chiede l'origine. Così l'oste gli dice che li fanno lì in casa i suoi figli Alfredo (padre di Mauro), Carlo e Giuseppe. E lo invita a salire per vedere vere e proprie opere d'arte, come un drago di circa due metri. Questi sono i primi riferimenti alla ditta Ferri Battuti, vissuta dal 1929 al 2003. Tante le foto contenute nel volume di De Biasio dal titolo “L'ultimo fuoco e la valle dei larici”: immagini dell'azienda e delle opere, come la grande chiave copia di quella della chiesetta di Sottoguda, donata a Papa Giovanni Paolo II nel corso del suo viaggio dell'estate del 1979 a Canale D'Agordo. Ma questa pagine di Mauro sono soprattutto un tributo al padre. “Grazie papà - scrive fra l'altro - la tua memoria resta in questo libro e le tue rare manifestazioni d'affetto me le tengo nel cuore come pagine segrete ed indimenticabili.” (S.V.)

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